La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha inflitto all’Italia pesanti sanzioni economiche per il mancato adempimento degli obblighi relativi alla raccolta e al trattamento delle acque reflue urbane in quattro agglomerati. Il verdetto, emesso il 27 marzo 2025, conferma una vicenda giudiziaria iniziata oltre un decennio fa, con implicazioni significative per l’ambiente e la salute pubblica.
Già nel 2014, la Corte aveva stabilito che l’Italia non aveva rispettato la direttiva europea sul trattamento delle acque reflue (91/271/EEC) in 41 agglomerati. Nonostante il tempo trascorso e i ripetuti richiami, il Paese non è riuscito a conformarsi completamente alla sentenza, lasciando scoperte cinque aree:
– Castellammare del Golfo I (Sicilia),
– Cinisi (Sicilia),
– Terrasini (Sicilia),
– Trappeto (Sicilia) e
– Courmayeur (Valle d’Aosta).
Solo per Trappeto, i lavori sono stati ultimati, mentre per le altre quattro località la situazione è rimasta invariata.
La Corte ha condannato l’Italia al pagamento di una somma forfettaria di 10 milioni di euro, a cui si aggiungerà una penalità di 13.687.500 euro ogni sei mesi di ritardo nell’adeguamento, a partire dalla data del verdetto (27 aprile 2025) fino al completo rispetto degli obblighi. Le sanzioni riflettono la gravità dell’infrazione, la sua durata (oltre 20 anni dalla scadenza dei termini iniziali) e la capacità economica dello Stato.
Il mancato trattamento delle acque reflue, sottolinea la Corte, rappresenta un danno ambientale molto grave, soprattutto perché gli scarichi delle quattro aree coinvolte finiscono in zone sensibili. Sebbene il numero di agglomerati non conformi sia diminuito da 41 a 4, l’impatto persiste, minacciando ecosistemi e salute pubblica.
L’azione legale è stata promossa dalla Commissione Europea dopo che l’Italia non ha ottemperato alla sentenza del 2014 entro il termine stabilito (18 maggio 2018). La procedura rientra nel meccanismo di infrazione UE, che prevede sanzioni finanziarie per gli Stati membri inadempienti.
La Corte ha riconosciuto che i lavori infrastrutturali richiedono tempo, ma undici anni di ritardo sono stati giudicati eccessivi, soprattutto considerando l’urgenza di proteggere l’ambiente.
L’Italia dovrà ora accelerare gli interventi nelle quattro aree residue per evitare l’accumulo di penalità. Intanto, il caso riaccende i riflettori sulle criticità nella gestione dei servizi idrici nel Paese, un tema spesso al centro di polemiche e ritardi infrastrutturali.
Marta Strinati
Corte di Giustizia dell’Unione Europea. Numero di causa = C-515/23 https://curia.europa.eu/juris/documents.jsf?num=C-515/23